On reading – Leggere, parte 3: con un libro tra le mani

On reading – Leggere, parte 3: con un libro tra le mani

2 Settembre 2017 0 Di Francesca Satriani

Leggevo e rileggevo lo stesso libro molte volte, e a volte chiudevo gli occhi e mi riempivo i polmoni del suo odore. Il semplice annusare quel libro, scorrere le dita tra le pagine, per me era la felicità.
Haruki Murakami

La mostra Leggere di Steve McCurry, in anteprima assoluta al Museo Santa Giulia di Brescia, si concluderà domani, tre settembre.

Passeggiando per le sale del museo le foto appaiono come miraggi colorati tra le citazioni letterarie.
I soggetti, e le loro storie differenti negli occhi e nei volti, si svelano tra le inquadrature di paesaggi lontani.
E tra le mani di ognuno di loro, apparirà un libro. Pagine di carta e parole d’inchiostro.

Leggere, Steve McCurry - Afghanistan

Gli articoli precedenti hanno trattato (in quattro punti) alcuni aspetti della lettura su cui i lettori si dividono, in maniera più o meno netta. Che venga abbandonato a metà o letto fino alla fine, tutto d’un fiato o con lentezza, il libro, inteso anche nella sua esistenza materica, avrà destini diversi con lettori diversi.

L’ultimo punto riguarda proprio l’approccio nei confronti del libro come oggetto.

Punto 5: grafomania, e altre nevrosi.

Sottolineare

Tempo fa ho partecipato ad una discussione di cui ho dimenticato il titolo ma che poteva suonare più o meno così: io che sottolineo e scarabocchio sui libri…
Non c’è bisogno di avere dati percentuali alla mano per capire che l’universo dei lettori si divide in due, su questo aspetto.
C’è, da un lato, chi detesta trovare i libri imbrattati e sottolineati dal precedente proprietario (o lettore). Frequento biblioteche, mi riconosco in questa metà, e ritengo ci sia un collegamento causale tra le due cose. Per un attimo ho pensato che avrei assistito a molte più perorazioni a difesa della pagina pulita. Non parlo del nitore virginale del libro intonso ma, quantomeno, dell’assenza sottolineature a penna e tracce di grafismi compulsivi.
Molti, invece, non la pensano così, anzi diciamo pure la maggior parte delle persone che partecipavano alla discussione.

Sta di fatto che l’appunto scritto a mano rompe l’ipnosi, rompe la magia, e rompe le scatole.

Se si può godere di uno Steimbeck, con su una macchia di caffè, altrettanto non lo è per la sottolineatura, l’appunto personale e la sgommata fluo dell’evidenziatore (la sgommata, sì, nella seconda accezione che vi viene in mente, dopo lo pneumatico sull’asfalto).

Ho detto la mia in quell’occasione. Riporto, parafrasando: «I libri non sono proprietà esclusiva. Un storia vive un tempo diverso da quello del lettore: il libro rimarrà anche dopo chi l’ha letto. La storia appartiene al mondo. Sottolineare? Scribacchiare? Detestabile e inutile. Filo spinato attorno ad un metro quadro di acqua di mare, ecco cosa mi sembra. E un bel cartello con su scritto PROPRIETÀ PRIVATA. A chi importa sapere che qualcuno si è bagnato le chiappe lì, prima di lui?

Sottolineare i libri - Wallace annota su Don De Lillo

A parte casi come questo Don De Lillo, vittima della grafomania di David Foster Wallace (e comunque questo Don De Lillo difficilmente capiterà tra le mie  mani) la maggior parte delle volte, chi si prende il disturbo di sottolineare lo fa per scrivere cose così…

sottolineare libri - esempio bellissimo

Ma, in fondo, potrei sbagliarmi. Sono certa che troverete l’anima gemella, anche dopo avergli prestato Jack Frusciante è uscito dal gruppo con «bisogna essere cauti con chi è felice» evidenziato in fucsia e le parole di London Calling appuntate ai margini.

tutto quello che ami sottolineare

Segnalibri

L’altra nevrosi che divide i lettori, ha a che fare con i segnalibri.

Partirei dal fatto che: Essi Esistono.
Non sono difficili da trovare.
A volte li regalano, non bisogna nemmeno comprarli. Ma facciamo così, ecco un elenco di alternative:

Il depliant del nuovo parrucchiere di piazza Morlacchi.
Un fazzoletto per il naso (meglio se pulito).
Un ritaglio di carta.
Un ramo, se siete lettori bucolici.
Una foglia, se siete lettori boschivi.
Un pezzo di carta igienica, se siete lettori… se siete lettori.
Uno smartphone (attenzione: soluzione provvisoria!)
Il volantino della sagra del raviolo.
Il raviolo (solo se crudo).

E così via.

Eppure ogni anno infiniti angoli di pagine vengono ripiegati.
Arricciati con delicatezza sotto polpastrelli felpati di saliva, indotti ad inchinarsi ad un ineluttabile destino, vengono schiacciati senza pietà.
Si fa per dire, e si fa anche per ridere.
C’è chi, del piegare pagine, ne ha fatto un’arte.

Sculture librarie

Ammiro la palese abilità di  quelle dita d’acciaio, e l’animo di ghiaccio nello stendere una doverosa passata di colla vinilica.

Sculture librarie - co la colla

Ahimè.

Ciò non toglie che questa sia solo la mia parziale visione delle cose.

E non nego che, leggendo ad esempio il post di Virquam sull’argomento, abbia trovato interessante farmi un giro tra le calli di un punto di vista completamente opposto al mio, ma che è mosso dalla stessa passione per i libri. Consiglio, per completezza di informazioni, di farci un giro anche voi.

Perché leggere alla fine significa anche questo: affondare il coltello e sviscerare le ragioni che muovono pensieri e opinioni lontane dalle proprie. E con le mani ancora sporche di sangue, scoprire che non sono poi così diverse tra loro.

Forse Steve McCurry, alla fine, è arrivato al cuore della questione.

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