Nella Scatola

24 Dicembre 2017 0 Di Francesca Satriani

 

hikikomori by usotsuki

C’è un uomo nella stanza. Ha libri alle pareti che tiene chiusi sullo scaffale. È buio intorno perché fare luce non serve e anzi, potrebbe costringerlo a vedere cose che non vuole più sapere.
È solo. La scatola diabolica, che tiene sempre accesa, livella la sua mente. Il mentore digitale ha sempre qualcosa da dire, qualcosa che non dice niente ma che è dannatamente facile da capire. E lui, ormai privo di ogni capacità di discernimento, non riesce ad opporsi.
Nella scatola trova di tutto: soluzioni perfette a desideri che non sa di avere. Ha appena digitato il codice della sua carta che già si sente friggere di nuovo, perché ha visto qualcosa di cui sa che non potrà fare a meno. Nella scatola può vedere le vite degli altri. Lampeggia un trafiletto sulla destra e sente di nuovo la fibrillazione: Scopri l’incredibile scoperta di questa donna nel portabagagli.
È sgrammaticata ma chi se ne frega. Deve sapere cosa c’è: un cadavere? Uno scherzo? Vuole vederlo con i suoi occhi e poi girarlo a tutti i suoi amici.
Trova anche quello nella scatola, amicizie: ha molti, moltissimi amici. E l’amore, senza turbamenti, fatto di semplice carne.
Un rumore lo costringe a bloccare il video. Qualcosa è caduto nel buio, e la nuvola di polvere che ha sollevato gli ha quasi fermato il cuore: per un attimo ha creduto fosse un fantasma.
Si alza, e prima di vederlo lo urta col piede. Il libro risponde alla sua domanda con un fruscio di carta vecchia. È giallastra, come uno schizzo di pipì sulla neve.
Come gli è venuto in mente un pensiero del genere? Si è appena allontanato dalla scatola, e un pensiero, in realtà un ricordo, lo raggiunge di corsa insieme ad uno spasmo di dolore. Forse è per questo che è diventato pericoloso pensare.

Leggere rende liberi

Si volta verso la finestra: nevica anche adesso. C’è stato un tempo in cui sfidava il freddo con giacche imbottite e muffole sintetiche (e guerre di quartiere a palle di neve). Non serve più. Guarda le luci azzurre che filtrano dalle finestre dei palazzi di fronte: ormai tutti, anche lui,  preferiscono alzare il riscaldamento e non uscire di casa.
Avvicina il naso al vetro gelato. Dovrebbe essere Natale. Una volta c’erano le luci e gli alberi addobbati che preannunciavano l’avvicinarsi del solstizio d’Inverno. Adesso, invece, è costretto a contare i giorni: quanto tempo è passato dal Black Friday?
C’erano le canzoni, e le case affollate di gente. A Natale, ogni cosa poteva essere un segno: una telefonata che non ti aspettavi, una nevicata, un’idea che diventava un progetto per l’anno nuovo, che cresceva dolce nella tua testa come la pancia di una donna incinta.
«Deve essere stanotte» pensa.
Prende il libro tra le mani. Si è allontanato dalla scatola per soli cinque minuti, e sta già facendo pensieri strani. Se quel libro è caduto dalla libreria proprio in quel momento, nella notte in cui un tempo si festeggiava Natale, deve essere un segno.
Lo avvicina agli occhi e le lettere gli paiono così misere, immobili e buie, così diverse rispetto ai messaggi che lampeggiano nella scatola. Però inizia a leggere, non perché ne abbia davvero voglia, ma quasi per sfida: «Un segno… ma figuriamoci!»

«… Ti piacerebbe, uno di questi giorni, Montag, leggere la Repubblica di Platone?»
«Ma certo!»
«Sono io la Repubblica di Platone. Vuoi leggere Marc’Aurelio? Il professor Simmons è Marc’Aurelio.»
«Molto lieto» disse Simmons.
«Piacere» disse Montag.
«Voglio presentarti Jonathan Swift, autore di quel malvagio libro politico, I Viaggi di Gulliver! E quest’altro è Charles Darwin, e questo è Shopenhauer, e questo è Einstein […] Qui ci siamo tutti, Montag: Aristofane, il Mahatma Gandhi, Gautma Buddha, e Confucio, Thomas Love Peacok […]»
Tutti intorno risero sommessamente.
«Impossibile» disse Montag.
«Oh possibilissimo, anzi!» rispose Granger con un sorriso. «Perché anche noi siamo dei bruciatori di libri. Leggevamo libri e poi li bruciavamo, per paura che ce li trovassero in casa[…]»

L’uomo chiuse il libro. Non aveva niente a che fare con lui, visto? Perché aveva una casa piena di libri, e non era costretto a bruciarli per non farsi scoprire.

Leggere rende liberi

E la stessa cosa valeva per tutti i suoi amici collegati attraverso la scatola, nelle loro case piene di libri, in attesa, come lui, di scoprire cosa diavolo ci fosse nel vano portabagagli di quella macchina.
Non aveva a che fare con lui, e se Montag era anche il suo nome non significava un bel cavolo niente
«Il mondo è pieno di Montag» si disse.
Non era colpa sua se sua madre gli aveva dato il nome di un tizio letto in un libro. Perché adesso ricordava anche come lo aveva ricevuto, quel libro. Farenheit 451, di un certo Bradbury, era stato un suo regalo, poco prima di andarsene.
«E questo lo chiami un segno?» si disse. Fece scorrere qualche pagina e riprese a leggere:

Granger si fermò a guardare indietro con Montag:
«Ognuno deve lasciarsi qualche cosa dietro quando muore, diceva sempre mio nonno: un bimbo o un libro o un quadro o una casa o un muro eretto con le proprie mani o un paio di scarpe cucite da noi. O un giardino piantato col nostro sudore. Qualche cosa insomma che la nostra mano abbia toccato in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo, e quando la gente guarderà l’albero o il fiore che abbiamo piantato, noi saremo là. […]»

Non comprese subito quelle parole, scritte in maniera così complessa rispetto alla semplicità dei messaggi nella scatola. Ma il ricordo di sua madre fu più forte, quasi avesse potuto allungare il braccio e accarezzarla.
Pensò a tutto quello che aveva dato alla scatola, in quegli anni, ma non riconobbe la propria traccia. La scatola si era presa tutto, e lui scoprì di non aver lasciato niente dietro di sé.
Si sedette. Il cursore, guidato dalla sua mano si mosse incerto, indeciso tra il video da riavviare, e il comando di spegnimento.

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