QUANDO IL FUMETTO… o sul parallelismo

QUANDO IL FUMETTO… o sul parallelismo

3 Maggio 2017 0 Di Francesca Satriani

di Francesca Satriani

“Letteratura disegnata” (Hugo Pratt)
“Arte sequenziale” (Will Eisner)

Sono alcuni tentativi per inquadrare l’ argomento

Strisce disegnate (Bande Dessinée)
Immagini in movimento  (Manga)

Sono alcuni modi di definirlo.

Sembra esisti un tacita legge per cui, se si vuole parlare di fumetto, c’è da spendere qualche parola in merito all’ identità di questa forma di comunicazione. E sono due gli atteggiamenti con cui (pare) ci si debba approcciare: con la penna puntata a difesa di una definizione assoluta di genere, e una malcelata insofferenza verso qualsiasi tentativo di ibridazione; oppure con entusiastici parallelismi, finendo per parlare di Andy Warhol, Lorenzo Mattotti e Art Spiegleman (senza ricordare da dove siamo partiti). Che poi il parallelismo tra Warhol-Mattotti-Spiegleman e il fumetto è un argomento interessante che fa prudere le dita anche a me, ed è assai probabile che ne parlerò in uno dei prossimi post.

Sebbene con il parallelismo non ci sia da scherzare.
E’ un’arma pericolosa, da maneggiare con estrema cautela: può sembrare innocua come una lente d’ingrandimento, e trasformarsi all’improvviso in una bussola. Impazzita.

Potremmo perderci in una Babele di riferimenti, o in una Babele vera, come quella riprodotta da Katsuhiro Otomo.

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Uno studio di Otomo per la Torre di Babele

Otomo, fumettista giapponese, creatore di Akira, manga cyberpunk da cui è stato tratto un film e un videogioco, ha riprodotto il famoso quadro di Brueghel. Ne propone una versione sezionata che lascia l’occhio dello spettatore libero di aggirarsi tra gli spazi interni, e di scoprire che le stanze sono abitate da mostruosi inquilini, ripresi da un’altra opera del pittore fiammingo: La caduta degli angeli ribelli.
Mentre Brueghel il Vecchio tra la metà del 1500 e il 1600 dipingeva le due versioni della torre, pur cosciente di dare forma ad un capolavoro, non poteva immaginare che il soggetto scelto per quei quadri, avrebbe esercitato grande interesse, secoli dopo, tra gli autori di storie parallele e futuristiche come ad esempio Metropolis.
Metropolis
è un anime diretto da Rintaro, 2001 di cui, (coincidenza?) Otomo ha curato la sceneggiatura. Il film ripropone, con grosse variazioni, la pellicola di Fritz Lang del 1927, un film espressionista ambientato in un futuro distopico, che mi riporta ad un (ormai) vecchio post.

A questo punto ho fili annodati dappertutto, e solo quattro dita libere. A stento riesco ancora a pigiare sui tasti, e mi dico che è la perfetta conclusione di questo esemplare viaggio nei parallelismi, tra cui, a puro scopo dimostrativo, mi sono lasciata intrappolare. Si fa presto a fare riferimenti, ma bisogna sapere che la Pindaro Airline accetta passeggeri a qualsiasi ora, anche all’ultimo minuto.

E perdonerete il senso di vertigine, ma era doveroso.

Una scena tratta da Uzumaki, di Junji Ito

Una scena tratta da Uzumaki, di Junji Ito

Nella  classificazione delle arti proposta da Claude Beylie e risalente al 1964, il fumetto occupa il nono posto. Dunque, almeno su questo, sembra non si possa eccepire: il fumetto è a tutti gli effetti una delle tante (nove) forme di espressione artistica. Per il resto, tra fondamentalisti di una identità autonoma e sostenitori di un’ origine ibrida del fumetto, come frutto di contaminazioni di arti diverse,  in medio stat virtus, dice il filosofo. E l’indeciso.
Rispondere alla domanda «cosa è il fumetto?» comporta almeno due risposte: immagini; testi. Considerati in maniera inscindibile, se di fumetto stiamo parlando, pur essendo forme espressive molto diverse.

Nel libro Capire il fumetto (sottotitolo: l’arte invisibile, da aggiungere in coda all’elenco delle infinite definizioni) l’autore, Scott McLoud,  dà questa interpretazione: «Immagini e altre figure giustapposte in una deliberata sequenza, con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore». Che è quasi una vivisezione della pagina inchiostrata, ma è oltremodo corretta.

Ma lo è anche quella di Blutch (Christian Hincker, creatore del Piccolo Christian, e di Peplum, uscito in italia lo scorso 30 marzo) che in un’ intervista di qualche tempo fa ha definito la sua arte “…uno strano e misterioso matrimonio” tra le immagini e le parole: “il linguaggio poetico perfetto”.

In “Capire il fumetto” McLoud dimostra che c’è una la tendenza a considerare i concetti di immagine e parole in maniera distinta non solo a livello concettuale, ma anche nel momento della creazione del fumetto stesso. E osserva che, al contrario “parole e figure dovrebbero[…] convergere […]” se l’obiettivo è quello di costruire identità “ma il nostro bisogno di fumetti raffinati sembra condurci […] dove parole e figure divergono“.
Ciò non toglie che, una volta abbassate le penne, e usciti dal bozzolo di lacci analogici (intesi come volti a costruire analogie) in cui siamo rimasti impigliati, il fumetto resta soprattutto un modo per raccontare storie.

E dunque, arrivati a questo punto, ho pagato pegno e credo di essere in regola con la tacita legge di cui sopra. La polizia dell’argomento non mi porterà via, per oggi.

Possiamo continuare.

Fonti:

Katsuhiro Otomo e Brueghel, su Fumettologica; Capire il Fumetto, Scott McLoud su Lo Spazio Bianco;  Intervista a Blutch, su paulgravett.com

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