Per farla semplice, ci siamo persi qualcosa

Per farla semplice, ci siamo persi qualcosa

3 Dicembre 2017 0 Di Francesca Satriani

peanuts errare humanum estLa lingua, scritta o parlata, è influenzata dal sistema culturale in cui nasce. Allo stesso tempo ha effetti sulle relazioni, e dunque influenza il sistema stesso.

Chi si occupa di scrittura in questo momento storico deve adeguarsi ai nuovi media, e spesso scendere a patti con specifiche priorità: catturare uno sguardo, ad esempio, piuttosto che veicolare un’informazione corretta, con l’obiettivo di emergere tra l’enorme quantità di messaggi che vengono rovesciati ogni giorno sui lettori.

titoli sensazionali

D’altra parte la lettura influenza la scrittura, consolidando così il cambiamento, e, in questa precisa fase, instaurando una spirale di impoverimento della lingua scritta (e parlata).

Niente di nuovo: la lingua si definisce viva finché è in grado di evolversi insieme alla società che in essa si esprime. Ma il cambiamento, così come accade per organismi viventi, può nascondere un sintomo: che siano buone o cattive notizie lo sapremo solo dopo aver approfondito la questione.

E dunque, approfondiamo.

Anamnesi: sulla lettura e la scrittura di oggi

Le testimonianze arrivano dalla scuola:

“Se una ragazzina di quinta elementare del 1944 scrive molto meglio di un ragazzo di seconda superiore di oggi, direi che non ci sono dubbi: no, non è stata una buona idea.”

Così scriveva un professore qualche mese fa, dopo aver letto il componimento scolastico di una bambina, che andava a scuola circa settant’anni prima dei suoi alunni.

tema alunna 5° elementare Clusone 1944L’idea, affatto buona, a cui fa riferimento è la tendenza attuale a voler semplificare l’apprendimento, e continua:

“Dobbiamo ricominciare a sfidare queste piccole intelligenze, a smetterla di dare loro cibi preconfezionati e supergustosi e ricominciare a insegnare loro a cucinare.”

Il piano di innovazione ordinamentale, per fare un esempio recente, conduce proprio verso questa direzione. Adottato dall’inizio di quest’anno in via sperimentale, prevede di togliere un anno alle superiori, ma desta ancora molti dubbi.
A settembre, cento classi hanno iniziato un percorso di studi ridotto, che si prefigge di raggiungere gli obiettivi in meno tempo, con la speranza di anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro.

Eppure è inevitabile (almeno per chi è cresciuto negli anni Novanta) pensare alla forma ridotta come a qualcosa che assecondi una ridotta capacità. E se il parallelismo non è immediato vi consiglio di rispolverare una puntata qualsiasi del Tabloid di Panfilo Maria Lippi (Daniele Luttazzi).

Sotto il rasoio della semplificazione sta passando, purtroppo anche l’uso corretto della lingua. Si piallano regole per aggirare gli ostacoli della grammatica.

“Quello che ci preoccupa – dice Nicoletta Maraschio (presidente dell’Accademia della Crusca dal 2008 al 2014 n.d.r.) – è la tendenza ad abbandonare dell’uso corretto (sic) della nostra lingua. La semplificazione sintattica e lessicale rischiano di minare le fondamenta della nostra società e della cultura”
Repubblica.it, Laura Montanari, “Sul web la Crusca scioglie i dubbi sull’italiano, lingua sconosciuta”, 18/01/2010″

Parlo come penso, penso dunque sono

C’è una correlazione diretta tra pensiero e linguaggio. Piaget, Vygotskij, e Bruner, solo per citarne alcuni, hanno condotto diversi studi su questo aspetto, nell’ambito della psicologia dello sviluppo. Parlando dello sviluppo del bambino a due anni, Vygotskij  afferma che

“Il linguaggio […] diventa razionale, cioè si presenta come fattore di organizzazione della conoscenza e come strumento del pensiero, quindi lo sviluppo intellettuale […] dipende anche dalla capacità di padroneggiare i mezzi linguistici.”

E in una speculazione derivante da queste teorie, se ci si ferma a riflettere sull’uso del congiuntivo e del condizionale, potremmo dire che essi esistono perché il nostro cervello è in grado di formulare ipotesi su ciò che potrebbe accadere. Può sembrare scontato, eppure è una capacità che ci distingue dalle altre specie terrestri: nel regno animale questa caratteristica è del tutto assente.

Per carità, non facciamone un dramma. Non ci crescerà la coda se smetteremo di usare il congiuntivo, e ha ragione Sabatini, linguista e filologo, quando afferma che

“Non c’è da fare drammi neanche sugli anacoluti (li usava già Manzoni), sui pleonasmi (idem), sulle frasi segmentate («A lui, gli piaceva»), sui pronomi quali lui e lei usati come soggetti (dal Duecento fino a Tomasi di Lampedusa sono ricorrenti), sul gli polivalente (inteso anche come plurale e femminile)”

Siamo inoltre d’accordo con Umberto Eco a proposito della correlazione tra scrittura e medium, dove il secondo influenza inevitabilmente la prima.

Ignorare alcune regole, per rendere il testo più adatto al veicolo di trasmissione del nostro messaggio però, è diverso dal non conoscerle o non saperle usare.

Non si parla più voler drammatizzare, ma c’è di mezzo la possibilità di scegliere. E di formulare idee proprie, indipendenti, originali, autonome, autorevoli eccetera, eccetera.

scrittura murale errata

La diagnosi: perdita di competenza, perdita di libertà.

Il titolo di questo paragrafo è provocatorio, ma realistico.

“Borges diceva che il vero mestiere dei monarchi è stato quello di costruire fortificazioni e incendiare biblioteche.”

Gian Luigi Beccaria, sulla Stampa, ripercorre diversi momenti storici dimostrando che, quando il potere si fa repressivo, i libri tendono a sparire.

Ma siamo a riga settantasei e l’ora è tarda, in questa fredda domenica. Vi lascio così, con un paragrafo a metà. Non me ne vogliate.

È stato un piacere avervi come compagni di viaggio, anche questa volta.
Ci rivedremo tra qualche giorno, sempre qui, a Babilonia.

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